Gli Umiliati

2. GLI UMILIATI

Più che di un ordine religioso per gli Umiliati è il caso di parlare di un movimento laico evangelico che si sviluppò, soprattutto in Lombardia, nella seconda metà del XII secolo tra i lavoratori della lana. Nella prima fase (1170-1180) questo si manifesta quale “eflorescenza spontanea d’evangelismo laicale”[1] da collocarsi tra quei “movimenti pauperistici […] che si propongono come genere di vita l’osservanza letterale dei precetti evangelici”[2].

Dunque un fenomeno religioso – che si spinge fin quasi a rasentare l’eresia – che va oltre, unendo allo spirito ecclesiale i bisogni più materiali e sociali. Il “raccogliersi e lavorare in regime quasi monacale costituisce un valido mezzo per sottrarsi alla semi servitù del loro stato”[3] e, al contempo, per sopperire all’esclusione dall’associazionismo civile.

La reazione della Chiesa verso questo nuovo movimento si rivelò assai ondivaga. Da “un primo momento di ortodossia, culminato con l’approvazione del suo propositum [si] passò all’eresia, sanzionata dalla scomunica, comminata dal concilio di Verona (1184) […] per tornare, almeno parzialmente, nel grembo della Chiesa negli ultimissimi anni del secolo”[4].

L’originaria indifferenziata associazione viene, all’inizio del XIII secolo, ad articolarsi in tre ordini: clericale, “forse imposto dal pontefice a garanzia della loro ortodossia”[5] e formato da veri e propri frati e monache; laicale, composto da persone di ambo i sessi che vivono separatamente in case comuni osservando una medesima regola; ed infine un terzo che potremmo definire secolare dato che è costituito da coloro “che rimangono al secolo, nelle loro famiglie”[6].

Le comunità umiliate inizialmente si formavano “per germinazione spontanea”[7] attorno ad una domus che rimane però una fraternita laicale e anche quando questa evolve dal terzo al secondo ordine, resta comunque unita al punto che può essere eletto a presiedere la casa anche chi non vi risiede ma vi gravita attorno. In esse le giornate erano scandite dall’alternanza tra preghiera e lavoro come in un cenobio monastico benedettino, traducendo in pratica, e in forma laica, il famoso motto ora et labora. Il lavoro veniva suddiviso secondo un’accorta spartizione dei ruoli all’interno della comunità e la domus diventava bottega dove si lavorava la lana e si producevano panni. Le entrate erano destinate alla sussistenza della comunità e i surplus venivano donati ai poveri in piena coerenza con la scelta di condurre una vita pauperistica.

 

2.1 CHIESA E DOMUS UMILIATA DI SAN BARTOLOMEO

Nel giugno del 1255 Guglielmo vescovo di Adria concede a fra Paglia, quale “patrono loci fratrum humiliatorum de Rodigio[8], l’autorizzazione ad erigere una chiesa “ad honorem dei et virgins Marie et beati Bartholomei apostoli[9].

Molto probabilmente (le notizie sono assai scarse e si mescolano a tradizioni e leggende) fra Paglia era il presidente laico della comunità umiliata rodigina. Questi infatti viene menzionato in alcuni atti notarili relativi alla compravendita di terreni come “frater Palea de Rodigio[10] e anche come “caniparius domini marchionins[11]. L’appellativo frater, con cui viene citato, non deve trarre in inganno: non si tratta di chierico che appartiene al primo ordine, infatti se così fosse egli avrebbe pronunciato i tre voti monastici e quindi rinunciato a possedere beni, ergo egli non avrebbe potuto venderne o acquistarne alcuno. Il ruolo di caniparo (responsabile del luogo in cui venivano ammassate le granaglie ed il vino, degli affitti e livelli pagati annualmente dai coloni) conferitogli dai marchesi d’Este, mansione “che molto spesso, in quell’epoca, Signori e Comuni [affidavano agli] umiliati”[12], potrebbe invece far supporre che si tratti di un umiliato del terz’ordine. Certo è che, alla metà del XIII secolo, a Rovigo è attiva una fiorente comunità di umiliati “tanto di frates, quanto di sorores[13]. Accanto a pochi laici del secondo ordine che risiedevano nella domus contigua alla chiesa, vi era una nutrita comunità di famiglie appartenenti al terzo ordine che esercitavano l’arte della lana e che risiedevano nei pressi della domus.

Mancano notizie certe circa la collocazione della domus, tuttavia secondo l’abate Rossi la primigenia chiesa di San Bartolomeo era “situata dove di presente è la cantina del monastero ed aveva sulla strada la porta principale [e] già si trovavano contigue alcune camere dei monaci che, avevano cominciato ad abitarvi, con piccolo oratorio nel quale celebravano i Divini Uffici, dando pieno saggio di una Religiosa Perfezione”.[14] Le cantine si trovavano nell’edificio che oggi è situato lungo via Giro, il lato meridionale del cosiddetto corpo L, e non è escluso che proprio parte del corpo L costituisse la domus umiliata.

“Il Trecento nascente vede la domus sancti Bartholomei non più opificio a carattere religioso, bensì vero e proprio monastero”[15]. Già Alessandro IV con la bolla “Delectus filius” emanata il 23 marzo 1256, dava facoltà al maestro generale dell’ordine, Beltramo, di incentivare le promozioni a chierici di quei frati del secondo ordine che si fossero dimostrati idonei[16]. Ed ancora, Nicolò IV nel 1288, con la bolla “Per humilitatis exemplum“, sottrae le domus umiliate alle giurisdizioni vescovili[17]. Di fatto si va verso un assorbimento del secondo ordine ad opera principalmente del primo, con l’ovvia conseguenza della perdita, graduale, di quello spirito laicale che era stato all’origine del movimento.

La domus rodigina contava uno scarso numero di membri; dal 1285 al 1373 questi oscillavano da un massimo di cinque ad un minimo di tre fraters a cui si aggiungevano altrettante sorores, contravvenendo a quanto stabilito nel 1327 da Giovanni XXII, cioè l’estensione anche agli Umiliati del divieto di coesistenza di monaci e monache nello stesso cenobio[18]. Nel 1372 viene introdotta anche a Rovigo la figura del praepositus, in sostituzione dei ministri alla reggenza della casa umiliata. Sostituzione per nulla trascurabile, infatti se i primi, che governavano le case del primo ordine, ricoprivano l’ufficio a vita, i secondi restavano in carica per uno, al massimo due anni[19].

Poco più di un ventennio dopo (1395), troviamo come unico frate del convento di San Bartolomeo il solo preposito. In questo periodo inizia una fase di decadenza, che culminerà con la bolla “Ad apicem apostolicae” emessa da papa Sisto IV il 21 ottobre 1474, con la quale veniva soppressa la prepositura umiliata di Rovigo[20]. Invero il monastero risultava abbandonato da quasi quarant’anni; risale infatti all’ottobre 1436 l’ultima notizia documentaria circa la presenza di un preposito regolare a Rovigo, frater Joannes[21]. L’abate Rossi sostiene che il cenobio sia stato abbandonato in seguito ad un, non meglio precisato, evento naturale che allagò i beni del monastero privando i monaci del loro sostentamento[22]. È noto che in quel periodo vi furono le disastrose rotte del Castagnaro e del Malopera; sembra quindi che in esse vada identificata la causa della fine del monastero umiliato rodigino[23]. Nel 1444 papa Eugenio IV, visto lo stato di abbandono in cui versava la domus umiliata rodigina, ne concedeva la prepositura in commenda al neo vescovo di Adria Bartolomeo Roverella che la mantenne per un anno e mezzo cioè fino alla sua nomina ad arcivescovo di Ravenna, per tornarne poi titolare nell’ottobre 1474[24].
 

NOTE

[1] Da Milano I., voce Umiliati in Enciclopedia cattolica vol. XII, Città del Vaticano, 1954
[2] De Stefano, Riformatori ed eretici del medioevo, Palermo 1938, p. 155.
[3] Adami F. A., La Domus Sancti Bartholomei de Rodigio, pp. 15-16 in Il monastero di San Bartolomeo di Rovigo, Rovigo, 1979.
[4] Ibidem, p. 17 e nota.
[5] Ibidem, p. 18 e nota.
[6] Idem.
[7] Idem.
[8] ACRo, S.B. pergamena 2.
[9] Idem.
[10] ACRo, S.B., pergamena 7.Cfr. ACRo, S.B., b.78, Inventario, cc. 1, 27; Scritture, c. 3; b.49 Sommario, c. 1.
[11] ACRo, S.B., pergamena 1.
[12] Adami F. A., La Domus …, op cit. p. 24.
[13] Ibidem, p. 25.
[14]. ACRo, Conc. ms 156, c. 347.
[15] Adami F. A., La Domus …, op cit. p. 32.
[16] Ibidem, p. 34
[17] Idem.
[18] Ibidem, p. 33.
[19] Ibidem, p. 36.
[20] Ibidem, p. 38.
[21] Ibidem, p. 39.
[22] ACRo, Conc. ms 156, cc. 345 e sgg.
[23] Adami F. A., La Domus …, op cit. p. 40.
[24] Ibidem, p. 41. Per le vicende che legano Bartolomeo Roverella al Monastero di S. Bartolomeo si veda anche: Griguolo Primo, Per la biografia del cardinale rodigino Bartolomeo Roverella (1406-1476), Padova, 2003.

 

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