Gli Spazi Ritrovati

4. IL MONASTERO SI RACCONTA VISITA VIRTUALE SETTECENTESCA

Da un’attenta lettura delle pagine del manoscritto emerge una “istantanea” del cenobio ospitante 28 monaci, 6 oblati e 8 servitori,[1] così come si sarebbe presentato ad un visitatore nella metà del XVIII secolo, con una descrizione dei principali ambienti talmente meticolosa da comprendere elementi d’arredo, che spaziano dal mobilio ai tendaggi, dai quadri alle pitture murali, dagli oggetti d’uso quotidiano alla dotazione libraria. Se poi, con la dovuta accortezza, implicita nel raffrontare scritti non coevi, si accosta quanto rilevato nel Notabilium alla descrizione dello stesso complesso monastico fatta da Francesco Bartoli quasi quarant’anni dopo[2], si ha un quadro ancor più completo degli spazi e degli elementi d’arredo e decorativi in essi contenuti.

Entrando dalla porta principale si accede al primo chiostro, che Rossi menziona ora come quadrato chiostro[3], ora come chiostro dipinto[4]. La prima definizione non si riferisce alla forma geometrica, infatti il chiostro è rettangolare, ma piuttosto al fatto che, a differenza del secondo, questo è porticato su tutti e quattro i lati. Circa il secondo appellativo l’abate rodigino non fornisce nessuna informazione, che invece ci viene data da Bartoli, permettendoci di avere così un’idea completa delle decorazioni a fresco di cui oggi vediamo solamente qualche traccia. La parte affrescata è quella compresa tra gli archi e la grondaia e venne realizzata nel 1545 circa da Adone Doni. Il pittore toscano vi dipinse varie storie della Genesi racchiuse, in alto e in basso, da due fregi con uccelli, mostri, arabeschi, satiri, arpie e mascheroni.[5] Come riporta lo stesso autore, già mentre si accingeva a scrivere la sua opera, gli affreschi versavano in un pessimo stato di conservazione tanto che del nome dell’autore e della data, scritti sotto il fregio “… situato fra le ultime due finestre della facciata al di cui portico apresi in prospetto la scala …”[6], era rimasta leggibile solo la prima.

Alla fine del portico, sulla destra troviamo una porta incorniciata da elementi di laterizio sormontata da un finto arco a tutto sesto, al cui centro vediamo oggi il simbolo di Monte Oliveto, dalla quale si accede alla sacrestia. Qui si può ammirare ancor oggi un altare in marmo rosso di Verona eseguito nel 1706, mentre la pala raffigurante la storia dell’Adorazione dei Magi, proveniente dall’oratorio di Balton, datata 1572 e attribuita da Bartoli a Federico Zuccheri, si trova oggi conservata nei depositi della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Vi erano, nella sacrestia, altri dipinti: una crocifissione con Vergine, S. Giovanni e Maddalena ed altri dieci quadri raffiguranti S. Bartolomeo, S. Benedetto, i quattro evangelisti e i quattro Dottori della chiesa; oggi irrimediabilmente perduti. Sopravvive invece l’affresco in mezzo alla volta del soffitto nel quale viene rappresentato il mistero della Santissima Trinità che Bartoli attribuisce alla mano del padre teatino Filippo Maria Galletti.[7]

Continuando a percorrere il chiostro verso destra, troviamo sulla sinistra una seconda porta incorniciata da elementi in laterizio sormontata da un timpano, al cui centro è collocata la figura a mezzo busto di S. Bartolomeo, dipinta, come già detto[8], secondo Bartoli, da Dosso Dossi. Questa ci introduceva nel Refettorio; qui il Bartoli ci segnala, tra le due finestre, un dipinto raffigurante Cristo con gli Apostoli che attribuisce a Giuseppe Maria Crespi, che sappiamo essere presente in Polesine sul finire del XVII secolo, dove dipinge la Madonna del Carmine nella chiesa di Bergantino[9]. Altre opere presenti in questo ambiente erano una deposizione di Cristo, con la Vergine, S. Giovanni e la Maddalena, e dieci quadri raffiguranti altrettanti santi della religione olivetana.[10] Rossi non fa riferimento a dipinti ma si limita ad elementi di arredo e di biancheria.[11]

La porta successiva non incorniciata ma decorata dal solo architrave aggettante, dava accesso alla cucina. Questa era dominata da un grande camino ai cui lati erano poste due caldaie, un forno e un fornello “capace di tenere trè Teglie di rame; come ancora dall’altra parte varj altri Fornelli per Pignatte”[12]. Vi si trovava inoltre “una Mastra per fare il Pane, tutta di noce col Suo Coperto simile; Così il Tavolone, sovra di cui si stende la Pasta”[13], più credenze per utensili, piatti, stoviglie, tovaglie e tovaglioli.

Entrando nel secondo chiostro, detto da Rossi “dell’orto” o “delle legnare”, alla nostra sinistra si trova la Foresteria “da basso” o “dell’orto”. Questa è costituita da un lungo e alto corridoio, il cui soffitto è a volte a crociera, che corre parallelo al portico e dal quale si accedeva a tinello, due camerini e “tre camere civili”[14]; queste ultime disponevano di armadio, inginocchiatoio, cassetta, tavolino, “acquasantino” e un letto con copertina. La prima stanza, destinata a tinello era provvista “di Tavolone, e Tavolini, da Servirsene secondo la opportunità del numero de’ Commensali”[15]. I camerini, sprovvisti di camino a differenza degli altri ambienti, erano comunque dotati di armadio, letto con copertina e cassetta.[16] Rossi riporta la presenza di sei quadri nell’ultima stanza, quattro del “famoso Fiamingo” e due “del Gromer”,[17] nonché l’esecuzione del pittore bolognese Alberoni dei contorni dei camini a finto marmo[18].

Al termine del lungo corridoio si accedeva al “camerone della foresteria”, una grande stanza adibita ad ospitare indistintamente i forestieri, al cui centro troviamo due colonne in pietra d’Istria fatte collocare da Padre Don Cornelio Marzari, predecessore di Rossi, nel 1729, unitamente alla costruzione del grosso contrafforte che troviamo, oggi, sulla parete esterna del camerone a sud.[19] “Formatosi di Pianta nell’anno 1737 il nuovo Teatro nel Camerone di questo Monastero[20] […] Fatta questa rifflessione alla costituzione di questo Monastero, ed al Paese, che nulla può reccare di onesto, e religioso trattenimento nelle Vacanze à Monaci, ed alla Gioventù, bisognosa per altro di sollievo, […] e coltura […] nel quale al consueto tempo recitando essi le Opere prendino motivo insieme di apprendere; giovando assai alla Gioventù […] che porta nel tempo stesso dilettevole stimolo di rifflettere, oltre ‘l divertimento […] Con sì giusta considerazione, a Gloria del Sig(no)re, si sono fatti dipignere in tela dal Sig(no)r Giuseppe Olivieri Pittore Bolognese, che hà studiato sotto li Bibiena, oltre il Frontripicio e ‘l Telone d’avanti, trè Ordini di Scene; cioè Tragica, Sala Regia, e Giardino, colli Suoi Orizonti, à quali si è aggionto anche quello della Prigione”[21].

Uscendo dal porticato si percorre un selciato in ciottoli e mattoni a spina di pesce che costituivano le guide per i carri, i quali qui sostavano per scaricare la legna e depositarla nella legnaia, un edificio demolito nel XIX secolo, che chiudeva a mezzogiorno il secondo chiostro.

Passando dal chiostro delle legnaie al cortile delle stalle, alla nostra sinistra si presentano: una porta di legno corrispondente all’androne, che nel ‘700 metteva in comunicazione questo secondo chiostro con l’orto, e due grandi porte ad arco. Queste davano accesso alla “camera del Carrozziere”, destinata ad alloggio e laboratorio del servitore addetto alla manutenzione dei carri e delle carrozze che erano ospitate nell’edificio, oggi scomparso, posto a chiusura del lato meridionale del cortile delle stalle. Tra gli interventi di manutenzione succitati, merita di essere segnalato il seguente relativo alla berlina dell’abate: “Riveduta, e risarcita di Legname, e di colore turchino la Carrozza di Città”[22], interessante anche la descrizione delle livree del cocchiere e del lacchè: “Fattura di due Livree nuove verdi con Sua Trina, e bottoni di Seta per li due Carrozzieri”[23].

L’edificio che si trova di fronte a noi era, al piano terra, adibito a cantina, mentre il piano superiore veniva usato come deposito. Nella cantina veniva conservato in grandi botti il vino prodotto nelle varie possessioni extraurbane del monastero. Questa è divisa in due parti da un androne di passaggio che dà su via Giro, da dove entravano i carri che rifornivano il monastero di derrate alimentari e materiali vari. La parte più settentrionale di questo fabbricato, come già detto[24], coincide con il sito in cui sorgeva parte della duecentesca Domus umiliata.

La costruzione a destra ospitava al piano terra le stalle che accoglievano circa mezza dozzina di cavalli di varie razze adatti alle diverse mansioni (da tiro, da sella, etc); mentre il piano superiore era adibito a fienile e deposito.

Ritornando nel portico del chiostro delle legnaie, costeggiamo quello che era l’appartamento dell’abate di successione, dove, alla metà del settecento, alloggiava Don Pier Andrea Redetti, abate di successione, e suo padre, Don Placido Andrea, Priore della Madonna dei Sabbioni.[25]

Da qui ci riportiamo nel primo chiostro; nelle prime tre stanze alla nostra destra si presentava la celleraria. Vero cuore economico del monastero, dove ci avrebbe accolto l’Abate Cellerario Padre Don Marcantonio Locatelli, il quale qui alloggiava e aveva i suoi uffici da dove amministrava i ricchi possedimenti del cenobio che spaziavano dal Polesine alla bassa padovana. L’ambiente successivo ospitava secondo Bartoli, Rossi non ne fa menzione, il “refettorio d’estate”, luogo in cui i monaci desinavano durante il periodo estivo, essendo lo stesso lontano dalle cucine, quindi più fresco. Qui si trovava un quadro raffigurante la Vergine in trono col Bambino, Santi Girolamo e Benedetto e due angeli; un secondo dipinto con la Flagellazione di Cristo ed un terzo con Santa Veronica. [26]

Di fronte a noi, sulla sinistra, nelle prime tre stanze si trovava l’infermeria – farmacia, un ambiente destinato alla cura dei malati e alla preparazione di medicamenti distribuiti anche alla popolazione cittadina che ne faceva richiesta. L’ultima stanza verso l’ingresso era la portineria, dove il Padre guardiano controllava l’accesso al monastero.

Salendo la scala che porta al primo piano, troviamo lacerti di pitture murali che Bartoli attribuisce a Massimino Baseggio[27], così come gli “ornati delle porte” del dormitorio, che vedremo tra breve. Tuttavia sappiamo da Rossi che gli ornati sono stati dipinti nel 1737[28], anno di nascita di Massimino, e non solo non vi è nessuna menzione della presenza di pitture a fresco nella scala da parte di Rossi, ma nel 1733 provvide ad una “generale Imbiancatura di tutte le Camere, e dello Scalone, dal principio sino al Granaro”[29]. Ciò ci porta a ritenere errata l’attribuzione del Bartoli, posticipando la realizzazione delle pitture dello scalone a dopo il 1750. Interessante invece quanto riferisce Rossi si trovava sotto lo scalone: una cella “per li delinquenti”; […] aspra, e mal Sana” [30] tanto che la fa chiudere.

Percorsa la seconda rampa, la scala si divide: a destra si saliva al noviziato, su cui ci soffermeremo poi; proseguendo invece a sinistra si presenta di fronte a noi la porta del settecentesco ingresso al piano superiore del monastero, questa presenta una cornice in pietra tenera sormontata da un timpano ad arco spezzato. Sulla sinistra troviamo una porta in noce intagliata che dava accesso alla Cappella dell’abate; al suo interno le pareti sono decorate con cornici a stucco[31] che probabilmente ospitavano dei dipinti oggi perduti, e il soffitto è a cassettoni. Questa veniva anche utilizzata per le vestizioni non “solenni” dei novizi.

Entrando nel primo piano dall’ingresso attuale sulla sinistra avremmo trovato nella prima stanza l’ingresso del monastero settecentesco, mentre le successive tre camere costituivano l’appartamento abbaziale d’inverno al quale si contrapponeva oltre un corridoio quello d’estate, oggi eliminato. Nell’antico ingresso avremmo potuto ammirare due grandi quadri “ esprimenti uno la Samaritana al Pozzo con Gesù Cristo […] e l’altro con la Donna adultera, e il Redentore” presumibilmente opere di Antonio Zanchi (Este, 1631 – Venezia 1722), unitamente ad altri due quadri con uccelli.[32] La prima stanza dell’appartamento abbaziale era destinata ad uso del servitore. La seconda più ampia e con grande camino sulla parete orientale ospitava la “zona giorno”, dove avremmo trovato un dipinto raffigurante la Beata Vergine con Bambino e due quadri, uno con Davide col teschio del Gigante Golia, l’altro con S. Benedetto attribuibili a Giovanni Antonio Burrini (Bologna 1656–1727).[33] La terza stanza, anch’essa dotata di camino, era destinata a “zona notte”, in essa Bartoli riporta la presenza di dieci quadri: un S. Francesco di Paola, un S. Bartolomeo, un S. Sebastiano, un S. Luca, tutti di Burrini; quattro copie di altrettante opere conservate nella chiesa di S. Bartolomeo e nel monastero dei Cappuccini a Bologna.[34] L’ultima camera veniva utilizzata come archivio privato dell’abate, ed è qui che Rossi “di 30 anni della sua Abbazia, per sicuro è stato più di 15 anni a sedere al Tavolino a scrivere su livelli, su Stromenti, su la storia di questa Casa, sul scrutinar tutte le Carte dell’Archivio, insomma sempre intento a metter in chiaro tutti l’affari del Monistero.”[35]. Rossi del suo appartamento fa una descrizione meticolosa, includendo oltre al mobilio, alle varie decorazioni, anche i tendaggi “di Tela bianca; e la Stuoja foderata di tela turchina trapuntata con fiocchi di bambage bianco”[36], senza però menzionare alcun quadro, le opere riportate da Bartoli sono state ivi collocate dall’abate Antonia Maria Griffi dopo il 1771.[37]

Usciti dall’archivio abaziale si accedeva alla biblioteca tramite una porta ornata da “Sua Pittura a marmo e Statua a busto di S. Benedetto; [alla quale] si Sono posti in appresso sovra di detto Ornato due Piedestalli co’Suoi Mappamondi per Insigna di Libreria”[38]. Questa occupava sia la parte iniziale dell’attuale percorso espositivo, sia parte del lungo corridoio, oggi chiuso al pubblico, che corre ad essa parallelo e che, fino al 1676, ospitava il noviziato; qui è custodito il “coretto da notte” opera, secondo Bartoli, eseguita su disegno di Sante Baseggio il giovane.[39]

Dalla biblioteca si entrava nel grande dormitorio attraverso una porta che “non avendo ornato veruno, che la distingua dalle altre, che sono nel Dormitorio; si è giudicato di farvi fare un Contorno di rilievo, lavorato bensì in Legno, mà ad uso di marmo, di cui è similmente la Pittura di d(ett)o Contorno: distinguendosi in tal forma a prima faccia il Sito di un Luogo publico, qual’è quello di una Libreria, cotanto propria a Religiosi, che ne devono fare tutto il conto.”[40] Questo ambiente, oggi ospitante le sale espositive, era costituito da un lungo corridoio a doppia altezza con soffitto a volte a crociera, sul quale si affacciavano da ambo i lati 16 celle contraddistinte da porte decorate a fresco con medaglioni dove sono raffigurati altrettanti santi della Congregazione olivetana.[41] Opera erroneamente attribuita da Bartoli a Massimino Baseggio,[42] come già detto, infatti Rossi riporta la loro esecuzione nel 1737, ed è noto che il pittore rodigino nasceva lo stesso anno.[43]

Sul lato destro dell’ex dormitorio troviamo un porta sprovvista del medaglione, questa ci riporta nel corridoio soprastante al portico del primo chiostro dove sulla sinistra troviamo le stanze di quella che nel XVIII secolo era la Foresteria di Sopra. Questa, destinata ad ospitare forestieri di alto lignaggio come testimoniano la cura con cui Rossi la fa risistemare, era composta da cinque camere, tutte con pavimento “a marmorino co’ suoi svelti Disegni in mezzo alle stesse”[44] (tutt’oggi parzialmente conservato e leggibile), con dieci porte le cui sommità erano decorate su muro “a chiaro scuro […] si sono fatti dipignere in mezzo agguisa di medaglia, li Fondatori delle Sagre Cong(regazio)ni Benedettine”[45]. La prima e la seconda stanza erano camere da letto, ognuna di esse era dotata di un letto con due materassi, un armadio, un tavolino con otto sedie, e un inginocchiatoio; entrambe erano ornate da otto dipinti raffiguranti altrettanti vescovi olivetani e abati di questo monastero. Le due stanze successive “servono per ricevere Visite”[46], erano quindi una sorta di salottini. La terza camera presentava quattro canapè e un tavolino; le pareti erano abbellite da un grande specchio, otto quadri, quattro opera del pittore patavino Cromer, e altri quattro di autori ignoti, tra i quali spiccava un ritratto del Cardinale Gentili. La quarta camera, destinata a “Udienza” era dotata di un tavolo con dieci sedie, sulle pareti “trovansi Sei Ovati, e due Ottangolati dipinti a chiaro scuro giallo; e questi rappresentano colla fondazione di nostra Religione alcuni fatti municipali di questo Monastero”[47]. Infine il quinto ambiente risulta dall’accorpamento tra una “camera oscura”, che aveva l’unica fonte di luce da una finestra prospicente lo “Scalone” e un’altra stanza. Qui Rossi fa ricavare due stanzini “per tenervi Scoppe, Orinali, Cassette ed altro, che si suole tenere nascosto”[48], un andito e due alcove dotate entrambe di un letto, due materassi e due piccoli inginocchiatoi; nello spazio restante trovavano posto due tavolini con otto sedie e un cantarano. “Una Tendina di Tela bianca alla Ferriata, che guarda lo Scallone col suo ferro”[49] garantiva un po’ di privacy, mentre le altre pareti sono ornate da “Quattro Ovati […], e due quadri in figura ottangolata svelta, […] e questi rappresentano tutti alcuni Fatti Storici del Glorioso nostro S. Benedetto”[50].

Uscendo nello scalone, salendo la rampa a destra della Cappelletta dell’Abate si accedeva al granaio che occupava il sottotetto, mentre scendendo la rampa alla nostra sinistra per poi risalire quella che sta di fronte a noi si accede all’attuale sala Flumina. Questo spazio, oggi indistinto, nel Settecento era quasi interamente occupato dal noviziato che era composto da nove celle per altrettanti novizi, uno spazio comune ove si tenevano anche le lezioni, l’appartamento del maestro dei novizi, quello del “mistro della casa [che stava] nelle due prime camere […] in facia alla porta dell’Argentaria”[51], cioè la “Stanza dell’Argenteria” dove erano custoditi gli argenti del monastero.

[1] ACRo, S.B. b. 417, cc. 231 e 232

[2] Bartoli F., Le pitture …, op.cit. E’ doveroso sottolineare che le ultime annotazioni autografe dell’abate Rossi nel Notabilium risalgono al 1755 e, se è pur vero che il monastero non ha subito significative modifiche nella seconda metà del XVIII secolo, è anche vero che sussistono alcune discrepanze, la presenza di un refettorio d’estate citata dal Bartoli è completamente assente nello scritto di Rossi, inoltre alcuni elementi d’arredo mobili non trovano una completa corrispondenza.

 

NOTE
[3] ACRo, S. B., b. 69, c. 133 v.
[4] Ibidem, c. 24 v.
[5] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 32.
[6] Id.
[7] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. pp. 30 e 31.
[8] Cfr. p. 7
[9] Dizionario biografico degli italiani, cfr. voce Giuseppe Maria Crespi.
[10] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 33.
[11] ACRo, S. B., b. 69, cc. 32 r e 56 r.
[12] ACRo, S. B., b. 69, c. 134 v.
[13] ACRo, S. B., b. 69, c. 22 v.
[14] ACRo, S. B., b. 69, c. 114 r.
[15] ACRo, S. B., b. 69, c. 139 r.
[16] Id.
[17] ACRo, S. B., b. 69, c. 114 v., Rossi menziona come Gromer il pittore Giovanni Battista Cromer (Padova 1665-1745)
[18] ACRo, S. B., b. 69, c. 112 v. Giovanni Battista Alberoni (Bologna 1703-1784) pittore d’architettura e prospettiva, quadraturista e scenografo, allievo di Ferdinando Galli detto il Bibiena. Impegnato nel monastero per interventi che vanno dalla decorazione a stucco del nuovo orologio della torre campanaria (1738), alle quadrature delle porte della foresteria (1739).
[19] ACRo, S. B., b. 69, c. 24 r.
[20] ACRo, S. B., b. 69, c. 34 r
[21] ACRo, S. B., b. 69, c. 130 r
[22] ACRo, S. B., b. 69, c 90 r.
[23] ACRo, S. B., b. 69, c 44 r.
[24] Cfr p. 5.
[25] ACRo, S. B., b. 243, c. 73.
[26] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 33.
[27] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 35.
[28] ACRo, S. B., b. 69., c. 29 v.
[29] Ibidem, c. 22 v.
[30] Ibidem, c. 23 r.
[31] Ibidem, c. 22 r.
[32] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. pp. 37 e 38
[33] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 38..
[34] Id.
[35] ACRo, S. B., b. 243, cc. 68 e 69.
[36] ACRo, S. B., b. 69, c. 22 r.
[37] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. pp. 39-44.
[38] ACRo, S. B., b. 69, c. 29 r.
[39] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 37.
[40] ACRo, S. B., b. 69, c. 95 r.
[41] ACRo, S. B., b. 69, c. 29 v.
[42] Bartoli F., Le pitture…, op. cit. p. 36.
[43] Dizionario Biografico degli Italiani, cfr. voce Baseggio Massimino.
[44] ACRo, S. B., b. 69, c. 140 r.
[45] ACRo, S. B., b. 69, cc. 140 r e v.
[46] Id.
[47] ACRo, S. B., b. 69, c. 141 r.
[48] ACRo, S. B., b. 69, c. 140 r.
[49] ACRo, S. B., b. 69, c. 143 r.
[50] ACRo, S. B., b. 69, c. 141 r.
[51] ACRo, S. B., b. 243, c. 74. Il mistro della casa era il monaco responsabile dell’amministrazione del convento.

Comments are closed